Breve storia delle Teorie dei mezzi di comunicazione di massa dall’800 fino all’avvento di Internet

Da quando Grillo ha ottenuto un inaspettato (?) successo alle ultime elezioni amministrative sono tutti diventati teorici della comunicazione e dell’informazione 2.0. Giornalisti, sociologi e esperti dell’ultima ora sputano sentenze e teorie su quanto abbia o meno influito l’uso delle nuove tecnologie nelle elezioni dei Grillini. Insomma, tutti in preda a un delirante determinismo neo-tecnologico fatto in casa.

Forse, per capire meglio cosa sta succedendo oggi, è utile dare uno sguardo a come si è evoluta l’analisi dei mass media negli anni, dalla coniazione del termine “società di massa” a quello di “società dell’informazione”, passando dalle implicazioni tra informazione, tecnologia, economia e politica.

Dedicato a tutte quelli che NON hanno fatto Scienze della comunicazione, ma che tanto avrebbero voluto! 😀

Trattasi del I paragrafo del I capitolo della mia tesi di laurea magistrale. Buona lettura, ogni feedback è particolarmente gradito!

Breve storia delle Teorie dei mezzi di comunicazione di massa dall’800 fino all’avvento di Internet

Esistono diversi tipi di teoria relativi alla comunicazione di massa: socio-culturale, normativa, operazionale e del senso comune. Per ciò che concerne la Teoria socio-culturale, essa consiste in una serie di enunciati generali sulla natura, l’operato e gli effetti della comunicazione di massa, sulla scorta di un’osservazione sistematica e obiettiva dei media e di altre fonti. Tale teoria, ad oggi piuttosto corposa e non sempre coerente, si è evoluta e diversificata negli anni, toccando argomentazioni che variano dalla semplice descrizione di fenomeni tangibili, allo studio delle applicazioni pratiche che la comunicazione di massa può avere nei meccanismi informativi, all’analisi dei processi di persuasione del pubblico.

Queste argomentazioni ruotano attorno a delle “grandi questioni teoriche”, come vengono definite da McQuail, dalle quali non possono prescindere. Esse sono riassumibile in tre fondamentali implicazioni:

1. Questione economica. I mezzi di comunicazione di massa sono sottoposti al controllo delle autorità politiche, economiche e giuridiche in quanto hanno un costo e quindi un valore economico. Gli orientamenti a riguardo sono principalmente due: il modello dell’egemonia e quello del pluralismo. Secondo il primo, il pubblico è acritico e costretto ad accettare una visione del mondo modellata in base agli interessi dominanti: esso è il modello prediletto dai
conservatori e anche dai critici della società capitalista. Il modello pluralista si rifà, invece, agli ideali del liberismo e dell’economia di mercato e crede nell’esistenza di pubblici differenziati in grado di rispondere attivamente all’offerta.

2. Questione sociale. I primi studi avevano visto nei mezzi di comunicazione di massa la causa del decadimento dei valori della società tradizionale e avevano riconosciuto in essi i portavoce del capitalismo commerciale. In un secondo tempo è circolata una visione opposta che ha restituito il libero arbitrio all’individuo affermando che: i mass media possono essere al tempo stesso fattori di coesione come di disgregazione sociale.

3. Questione tecnologica. Tra le tre, quest’ultima, è al giorno d’oggi la più dibattuta dagli studiosi del settore come anche dai mezzi di comunicazione di massa stessi. Riguarda, in primo luogo, il rapporto tra l’innovazione tecnologica e i mass media e, in secondo luogo, il rapporto tra i mezzi di comunicazione e i cambiamenti sociali. La posizioni principali sono due e sono nettamente contrapposte: alcuni studiosi vedono i mass media come causa dei cambiamenti sociali, altri come il loro effetto.

Queste argomentazioni, economiche, sociali o tecnologiche, hanno prevalso di volta in volta negli studi metodologici del settore, a seconda dell’approccio seguito dalle diverse scuole di pensiero.

Uno dei primissimi modelli di studio è stato quello della Teoria della società di massa, o Teoria Ipodermica, il quale, come suggerito dal nome, è incentrato sul concetto di società di massa. Tipica di questo approccio è la connotazione negativa o, quanto meno, critica data a tale termine, dove gli individui sono intesi come atomi isolati che reagiscono da soli agli ordini e alle suggestioni dei mezzi di comunicazione di massa, presentanti a loro volta non solo come fattori scatenanti dei cambiamenti sociali ma come strumenti di manipolazione del pensiero nella mani delle istituzioni e delle persone di potere.

Già Karl Marx aveva identificato, durante la seconda metà dell’800, nei mezzi di comunicazione uno strumento di controllo delle masse, mettendo l’accento sulla questione economica e della lotta di classe. La teoria marxista evidenzia gli effetti ideologici dei media nel riprodurre i rapporti di sfruttamento e nel legittimare nell’interesse della classe dominante il dominio del capitalismo e la subalternità della classe operaia. Come sostenuto anche dalla teoria ipodermica, la comunicazione avviene dal mezzo alla persona, è univoca e non ammette replica né interazione di alcun modo.

Tale concetto viene ripreso dal successivo modello di Lasswell, il quale consiste sia in un’eredità che in un superamento del modello comunicativo ipodermico. Eredità, in quanto l’assunto fondamentale resta che l’iniziativa è esclusivamente del comunicatore e gli effetti sono esclusivamente sul pubblico. Superamento, grazie all’enfasi posta da Laswell sul concetto di individuo e sulle sue responsabilità nel processo comunicativo.

Gli studi metodologici vedono un reale cambio di direzione solo a partire dagli anni quaranta e in conseguenza dell’avanzare degli approcci empirico-sperimentali. Tali modelli mettono per la prima volta in discussione l’idea fino ad allora predominante di processo comunicativo, inteso esclusivamente come azione meccanicistica tra stimolo e risposta. I nuovi studi sottolineano come il processo sia tutt’altro che immediato ma altresì dipendente da una serie di variabili alcune delle quali strettamente legate ai processi psicologici intervenuti:

causa (cioè lo stimolo) → (processi psicologici intervenuti) →
→ effetto (cioè la risposta)

L’approccio non è più universale ma, potremmo dire oggi, “personalizzato”, mirato. Tali teorie sono state applicate in larga misura per l’analisi degli effetti persuasivi dei media all’interno di un contesto di campagna, sia politica che pubblicitaria.  La persuasione giunge a buon fine solo se la forma e l’organizzazione del messaggio sono adeguate ai fattori personali che il destinatario attiva nell’interpretazione del messaggio stesso. La teoria mette quindi in luce l’esistenza di differenze individuali e sociali tra i vari destinatari e l’impossibilità che il messaggio venga recepito da ognuno di essi allo stesso modo.

Verso la metà degli anni Cinquanta si fa strada la Teoria funzionalista. La società è vista come una struttura che si auto-organizza e si sviluppa in base ai bisogni di se stessa e degli individui. Il funzionalismo non si sofferma su implicazioni di tipo ideologico ma descrive i mezzi di comunicazione come parte del meccanismo attraverso il quale la società si auto regola. Reagendo costantemente ai bisogni degli individui e delle istituzioni, i mezzi di comunicazione avvantaggiano, senza volerlo, tutta la società. Le funzioni sociali dei media sono cinque: informazione, correlazione, continuità, intrattenimento, e mobilitazione.

Punto di partenza della Teoria critica, sviluppatasi attorno al gruppo di studiosi appartenenti alla cosiddetta Scuola di Francoforte, è invece l’analisi empirica del rapporto tra i media e l’economia di scambio. Film, radio e giornali sono parte integrante del sistema economico e hanno un legame stretto con la politica. Essa si basa su dei dati di fatto, vale a dire i meccanismi di mercato, che sono empiricamente verificabili. Gran parte degli studi critici si concentrano sulla definizione del concetto di industria culturale, termine usato per la prima volta da Horkheimer e Adorno nel volume La dialettica dell’illuminismo. La nuova espressione prende il posto di quella precedente, cultura di massa, e intende enfatizzare il fatto che tale cultura non nasce spontaneamente dalle masse stesse, ma fa parte di un sistema organizzato dipendente, anche, da meccanismi economici.

Parallelamente alla Teoria critica di stampo tedesco, in Francia prende piede la Teoria culturologica, la quale indaga la la cultura di massa e il rapporto tra consumatore e oggetto di consumo. Tratto saliente della cultura di massa è il sincretismo, vale a dire la tendenza di omogeneizzare sotto un comune denominatore la diversità di contenuti. E’ quello che avviene tra stampa e fiction. A causa del sincretismo, da un lato, sui giornali, viene dato largo spazio ai fatti di cronaca più bizzarri e incredibili; dall’altro, nella fiction, acquista sempre più rilevanza il realismo.

Chi più, chi meno, tutte le teorie fino ad ora esposte contengono reminiscenze di quel costruttivismo sociale che ha segnato gli studi metodologici del XX secolo, vale a dire l’idea dei media come riproduttori di una visione selezionata e orientata della realtà. Un diverso punto di vista è offerto dalla corrente del determinismo, la quale ha una lunga tradizione alle spalle. Essa si spoglia di ideologismi e si focalizza sul cambiamento sociale indotto da una particolare tecnologia di comunicazione, subordinando a questo le altre variabili”. Uno dei maggiori esponenti è McLuhan, il cui testo fondamentale è Understanding Media, del 1964. McLuhan, famoso per aver coniato l’espressione “The medium is the message”, ha scritto, a proposito della stampa: L’estensione tipografica dell’uomo ha fatto nascere il nazionalismo, l’industrialismo, i mercati e una cultura universale.

Nella seconda metà del ‘900 comincia ad entrare in uso il  termine “società dell’informazione”, il quale andrà via via sostituendo quello di “società di massa”. Il cambiamento sembra reso possibile grazie al realizzarsi della cosiddetta rivoluzione mediatica. Essa ha favorito lo sviluppo di un nuovo sistema economico, basato non più sull’industria e l’agricoltura ma sul settore dei servizi, e di una nuova classe sociale le cui capacità sono strettamente connesse con l’informazione, le relazioni interpersonali e i nuovi mezzi di comunicazione, internet in primis.

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